Una ragazza alla Florence Tattoo Convention

Firenze patria dell’arte.
Ma cos’è l’arte?
Siamo soliti associare questa parola ai dipinti, alle sculture, alla musica, alla letteratura, etc… ma sono tante le sue forme di espressione.Pensiamo ai tatuaggi.

Giocare con colori, con le sfumature e con la precisione per creare dei veri e propri capolavori sulle diverse parti del corpo. Come non si può definire questa un’arte?

Firenze questo fine settimana è stata la destinazione dei più grandi fautori di questa forma di espressione. Da venerdì 18 Novembre a Domenica 20 Novembre la Fortezza Da Basso ha ospitato infatti la nona edizione della Florence Tattoo Convention. Con oltre più di 300 tatuatori di fama mondiale e artisti di diverso calibro tale evento ha attirato l’attenzione di più di 18.000 visitatori.

Fortezza Da Basso

Fortezza Da Basso – sede ufficiale della Tattoo Convention di Firenze

Con lo scopo di divertirsi e allo stesso tempo, di immergersi in una forma alternativa di cultura alcuni ragazzi del corso IEM, Domenica 20 Novembre, hanno “preso al volo” questa opportunità e hanno deciso di partecipare alla Florence Tattoo Convention.

Quella che si è creata, già entrando, è stata un’atmosfera calda e coinvolgente.
Perdersi tra i vari quadri esposti, venire attratti dagli stand di vestiti e accessori, rimanere stupiti dalla passione che ciascun artista mette nel realizzare la propria “tela vivente”, cadere nel vortice della musica, farsi coinvolgere dai contest, tra risate e pensieri personali, sono solo alcune delle emozioni provate.
Si è trattato di un vero e proprio viaggio tra culture e tradizioni diverse, alla scoperta di strumenti musicali, di antiche tecniche utilizzate per tatuare, di stili di vita e modi di vestire del tutto differenti da ciò che siamo abituati a vedere.

Una diversità che però arricchisce.

Alcuni dei momenti salienti dell'evento

Alcuni dei momenti salienti dell’evento

Swami Vivekanada diceva: “Se fossimo tutti identici, che monotonia! Stesso fisico, stessi pensieri – che cosa ci rimarrebbe da fare, se non sederci a morire dalla disperazione. Non possiamo vivere come una fila di formiche, la diversità fa parte della vita umana”.

Silvia

Al pan, pan y al vino, vino

Il 19 novembre, gli studenti del corso IEM abbiamo visitato la Biennale Enogastronomica di Firenze, con l’intento di valutare l’evento in vari aspetti. Ci sono molti nomi per chiamare un evento: fiera, mostra, festival, conferenze, summit, ecc … con il quale possiamo facilmente identificare le loro caratteristiche: la sua durata, la frequenza, il contenuto, il suo obiettivo. Nel caso di una biennale, si svolge ogni due anni, se può capire che sua frequenza viene per le dificoltà logistiche, e questo crea delle maggiori aspettative, ma dal momento invece il Sabato scorso ho visto un cattivo esempio.

location

L’importanza della location

Dopo essere visto il programma, 18 giorni, e la propria definizione come Biennale, ci aspettavamo qualcosa di più rilevante. A mio parere, la location non era la più adeguata. Ci sono buone intenzioni in materia di ubicazione, giustificandolo come un elemento per rivalutare il quartiere, però il modo in cui si ha marginato la struttura, cosi semplice, accanto a un grande supermercato sembraba piu la sezione di vini della Coop.

Passata questa prima impressione, abbiamo iniziato il compito di osservare le debolezze e ciò che potrebbe essere migliorato. Mi sono sorpreso che, nel caso di un evento dedicato alla gastronomia, il vino e dove si poteva assaggiare, no c’era alcuna traccia di contenitori per rifiuti. E ciò che rende questo più sorprendente è che la maggior parte di queste aziende sono biologiche, e rispettosa dell’ambiente, ma nessuno di loro ha chiesto la responsabilità per il cestino riciclaggio. Un altro punto sorprendente è stata la disposizione degli stand, che non mantengono qualsiasi consistenza senza essere raggruppati per tema, ad esempio oli in una mano, il vino in un altro, e una terza sezione. Inoltre, alcuni dei partecipanti hanno completamente dimenticato le regole di sicurezza con i loro cartelloni coprendo la segnaletica di estintori e uscite di emergenza.

Ci sono stati molti difetti discoperti tra i 15 studenti, e non potrebbe scrivere tutti. Abbiamo anche avuto l’opportunità di parlare con alcuni partecipanti che ci hanno dato ragione in alcuni di questi aspetti. Credo che l’insegnante aveva scelto questo evento sapendo che ci aspettava questi punti.

Venuto fuori chiaro che ogni cosa ha il suo nome per ragione, e che nel settore egli eventi in cui c’è tanta diversità, le denominazione devono essere trattate in modo accurato e di non creare false aspettative. Cioè, come nella frase popolare spagnola, chiamare al pane, pane e al vino, vino.

Pablo J. Faura